
Per una volta non ci occupiamo di storia della Botanica ma di paleoantropologia. Tuttavia lo strumento che useremo, l’albero filogenetico, è comune a entrambe; il post sarà l’occasione per approfondirne la conoscenza.
Nell’articolo dedicato alla copertina del fortunato manuale di Judd et al. Plant Systematics abbiamo parlato di alberi filogenetici e dell’illustrazione che vi campeggia. Il grande interesse di Unalberoalgiorno per l’iconografia ci spinge a esplorarne una famosissima: quella che l’artista Rudolph Zallinger realizzò a corredo di un noto volume divulgativo.

Oggi è a tutti nota come La marcia del progresso. Da sinistra a destra, la tavola mostra una sequenza di ominidi – a partire dalla scimmia antropomorfa (Dryopithecus) fino a Homo sapiens – disposti in un défilé che evoca, in modo apparentemente inequivocabile, la trasformazione diretta di una specie in quella successiva.


Mi sono trovato ad assistere a conferenze, leggere libri, guardare documentari in cui il relatore — o chi per esso (scrittore, sceneggiatore) — non mancava di stigmatizzarla come un completo travisamento del pensiero di Darwin. Purtroppo, tutti danno talmente per scontata l’erroneità di quella rappresentazione da non sentire il bisogno di dire perché. Mi sono allora chiesto, se si volesse rifarla in modo da rispettare il dettato darwiniano (e i risultati più recenti della teoria), cosa bisognerebbe fare?


Non più una successione lineare in cui ogni specie è l’antenato diretto di quelle a destra, ma una serie di nodi ad indicare l’insorgere di linee evolutive indipendenti. Tanto per fissare le idee, il terzo nodo non rappresenta una ‘tappa di passaggio’, ma l’antenato comune delle quattro specie situate alla fine dei rami successivi. Se ipotizziamo, ad esempio, che il penultimo ominide sia l’uomo di Neanderthal, il quinto nodo indicherà il momento esatto in cui la sua linea si separa da quella che conduce a Homo sapiens.

Possiamo fare di meglio: giocare con i caratteri evolutivi. Immaginiamo che il primo antenato comune sia definito dal carattere s1: da quel punto in poi (tranne eccezioni non rilevanti per quello che stiamo dicendo) tutta la sua discendenza lo erediterà. Lungo il percorso, un ramo si distacca sviluppando un carattere proprio a1, mentre il ceppo restante evolve un carattere nuovo s2, che diventerà comune a tutta la successiva discendenza. E così, di bivio in bivio.
Nel grafico ho indicato con la lettera ‘a’ i caratteri tipici di una singola linea evolutiva (tecnicamente autapomorfie, l’etimo aiuta molto: autòs = stesso/proprio, apo = da, morphé = forma, ‘forma derivata esclusiva’, con ‘s’ i caratteri condivisi da più rami (le sinapomorfie: sýn = insieme, quindi ‘forma derivata condivisa’). Tanto per fissare le idee, nell’esempio precedente la sinapomorfia s1 potrebbe essere la totale assenza della coda, mentre l’autapomorfia a1, che conduce al genere Dryopithecus, potrebbe essere l’allungamento degli arti superiori per la sospensione tra i rami, e infine s2 la stazione eretta.

A onor del vero, nel libro in questione (F. Clark Howell, Early Man, collana Life Nature Library, editore Time-Life, New York, 1965) sono presenti dettagliate indicazioni che, se lette attentamente, non lasciano adito a dubbi sul rigore scientifico dell’opera. Ma l’avrete capito, l’illustrazione era così potente nella sua immediatezza che la maggior parte delle persone finì per leggerla nel modo sbagliato.