Il Dantedì e le Amadriadi

Onoriamo il Dantedì nell’anno del VII centenario della morte di Dante (Ravenna, 14 Settembre 1321) immergendoci nel mito. Lo scorso anno Unalberoalgiorno ha esplorato le occorrenze della Commedia legate alle specie arboree, oggi percorreremo un itinerario ispirato alle Amadriadi, creature abitanti l’interno degli alberi.

E uno pensa immediatamente a Pier della Vigna, anche lui stava di casa in un albero (‘un gran pruno’):
Non fronda verde, ma di color fosco; 
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; 
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco (Inferno, XIII, 4-6)

Ma il post, come fra poco vedremo, e per nostra fortuna, racconta qualcosa di sicuramente più gaio.

L’idea di inventare un percorso padovano legato a queste affascinanti creature mi è venuta da un analogo itinerario esistente all’Orto Botanico di Napoli, un posto che tutti gli amanti degli alberi dovrebbero visitare (accesso gratuito).

Il visitatore pellegrino è invitato a seguire il cammino punteggiato di piante legate alle leggendarie abitanti degli alberi. Quel che faremo anche noi senz’altri indugi.

Per primi i genitori

Il padre Oxilo era collegato al Faggio (Fagus sylvatica). Due splendidi esemplari che abitano un giardino in Via Sarpi, sotto il Bastione della Gatta.
La madre, Amadriade appunto, è legata al Leccio. Qui numerosi esemplari in Via Morgagni, Giardino dedicato a Boris Giuliano già annomato a Jappelli. A volte in questa città si fanno cose strane… S’intende che nulla si vuol togliere al commissario siciliano, un eroe, fra troppi proni alla mafia.

Quindi le figlie

Tutte giovani e bellissime donne dalla lunga vita, che nascevano e morivano col loro albero del quale incarnavano lo spirito. Proprio per questo chi danneggiava o abbatteva un albero ne pagava duramente le conseguenze (ecco un bell’esempio di una delle funzioni del mito: il mito come regolatore sociale: rispettare gli alberi in quanto beni della comunità). La più nota, a parte Dafne, è forse Driope che vive nel Pioppo nero. Una storia anzi due storie diverse, come spesso capita, troppo lunghe per un misero post.

Émile Bin, L’Amadriade, 1870, Museo Thomas-Henry, Cherbourg-Octeville. Bin ritrae un Pioppo cipressino, cosa volesse esprimere ritraendolo è fin troppo chiaro, superfluo ogni commento. Noi invece ne approfittiamo per citare l’esemplare che vive lungo il nostro percorso.
Ponte Omizzolo, presidiato da due pioppi cipressini, uno per lato.
Un maschio fiorito. Sullo sfondo il Piovego e il retro del Macello jappelliano da molto tempo sede dell’Istituto Selvatico.
Non possiamo, naturalmente, dimenticare le sorelle di Fetonte, pietosamente trasformate in pioppi (cipressini?) da Giove. Uno splendido filare, in curva, di cipressini presso Pontevigodarzere.
Non solo i greci e i romani amavano queste creature, anche la modernità ha le sue amadriadi. Mi piace pensare che l’Ermione dannunziana fosse una di loro, il verso 101 de La Pioggia nel pineto ne è una prova quasi schiacciante; e quale albero se non il Pino domestico? (La poesia è un po’ lunga, per chi volesse gustarla tutta ecco il link)

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca… (vv. 97-101)

Nella foto un avanzo di pineta costiera presso Ravenna.
Pinus pinea, cortile della Scuola Materna Vittorino da Feltre, Via Galilei. Questa magnifica pianta non c’è più, non sono in grado di dire quando e perché è stata abbattuta, ma da un po’ di tempo in città tutti i grandi alberi, per un motivo o per l’altro, stanno scomparendo.
Riviera Tiso da Camposampiero, un magnifico Picea abies in un giardino privato. Una foresta di Pecci è il luogo attorno al quale ruota il romanzo di Buzzati Il Segreto del Bosco Vecchio, e certo un amadriade (questa volta un maschio) doveva essere Bernardi, il rude e spigoloso personaggio che istilla nel Colonello Procolo prima il timore e poi l’amore per quel bosco e i suoi abitanti.
Una pecceta sull’Altipiano di Asiago.
Dobbiamo aggiungere che neppure noi abbiamo dei genî del Bosco Vecchio notizie molto precise. Pare […] ch’essi potessero assumere parvenze di animali o di uomini. La loro vita era legata all’esistenza degli alberi rispettivi: durava perciò centinaia e centinaia di anni. Di carattere ciarliero, se ne stavano generalmente alla sommità dei fusti a discutere fra loro o col vento per intere giornate […] È certo che uno di loro senza che gli abitanti [del villaggio] lo immaginassero, lavorava da molti anni per evitare il disastro: era il Bernardi. Più giovane e meno neghittoso dei suoi compagni sembrava che egli, in forma umana, vivesse quasi sempre fra gli uomini, al solo scopo di assicurare la salvezza dei fratelli.’ (Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, Mondadori, 1994, pag. 18)
‘Di là si vedeva, e ancor oggi si vede benissimo, il celebre Bosco Vecchio, disteso fra due monti a panettone, salire fino in cima alla valle. Sul colle estremo spuntava un roccione giallo, alto forse un centinaio di metri, denominato il Corno del Vecchio; nudo e corroso dagli anni, aveva un’aria squallida, da non attirare simpatie.’ (Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, Mondadori, 1994, pag. 6).
Nella foto, Monte Pireo, Colli Euganei. Basta immaginare che il bosco attorno alla parete del Pireo sia di abeti, e il gioco è fatto…
Devo questa foto e la precedente al Professore Andre Cuman.
Sulla stessa Riviera un rarissimo, per Padova, gruppo di Canna comune (Arundo donax). Sullo sfondo La Specola e in basso il Canale di Santa Chiara.
E la canna ci porta a Siringa la ninfa che in questa abita. La storia è simile a tante altre: Pan tenta di stuprare la giovinetta, ma un Dio pietoso impedisce l’oltraggio. Poi lui inventerà il flauto, ma questa è un’altra storia. (Francesco Zugno, Pan e Siringa, 1762-62, Musei civici agli Eremitani, Padova)
Lei piange: vergogna, rimpianto, rabbia? Per il resto, pare che la metamorfosi cominci sempre dalle dita.
Concediamoci un po’ di mare. Fioritura in ottobre. Murazzi, Lido di Venezia.
L’olmo è abitato da Ptelea. Qui in Piazza Delia. Anche Ungaretti, a quanto pare, non ha saputo resistere al fascino delle amadriadi, ne parla in una bellissima poesia, dove sembra descrivere un arboreto magico col pretesto di un approdo.
A una proda ove sera era perenne
di anziane selve assorte, scese,
e s’inoltrò
e lo richiamò rumore di penne
ch’erasi sciolto dallo stridulo
batticuore dell’acqua torrida,
e una larva (languiva
e rifioriva) vide;
ritornato a salire vide
ch’era una ninfa e dormiva
ritta abbracciata a un olmo.

In sé da simulacro a fiamma vera
errando, giunse a un prato ove
l’ombra negli occhi s’addensava
delle vergini come
sera appiè degli ulivi;
distillavano i rami
una pioggia pigra di dardi,
qua pecore s’erano appisolate
sotto il liscio tepore,
altre brucavano
la coltre luminosa;
le mani del pastore erano un vetro
levigato da fioca febbre. (
L’isola, 1925)
Infine la Quercia dimora di Balano. E alle querce si ispira Virgilio per descrivere un intero popolo di ex amadriadi: i primi abitanti del Lazio istruiti alla civiltà da Saturno. Almeno stando al racconto di Evandro.
Fauni e indigene Ninfe abitarono per primi
questi boschi, popolo forte nati dai tronchi
di dura quercia, che non avevano né costume civile
né arti, e non sapevano mettere i bovi all’aratro, conservare i raccolti,
ma vivevano solo di caccia e di frutti selvatici. (Eneide, VIII, 314-318)

Le due foto ritraggono le farnie di Via Citolo e Via delle Palme rispettivamente, e sembra di vederli, specialmente nella seconda, questi primissimi rudi abitanti delle sponde del Tevere.

Siamo vicini in linea d’aria al punto di partenza che si trova proprio al di là delle Mura cinquecentesche. Ce ne sono tante altre di amadriadi: nel Noce, nel Corniolo, nel Fico, nel Frassino… ma è evidente che non possiamo nominare tutte le specie, anzi, tutti gli alberi della città. Ma tutto sommato non serve, poiché li conosciamo tutti, uno a uno… E ancora una volta il pensiero vola a Buzzati:

Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era popolata da genî; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto sommaria. Con l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi imbevere dai genitori di stolte fole. (Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, Mondadori, 1994, pag. 17)

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