Prato della Valle e i suoi Platani: intervista a Patrizio Giulini

Gli ultimi esemplari di Platanus x acerifolia in Prato della Valle

Unalberoalgiorno è felice e onorato di ospitare un’intervista al Professor Patrizio Giulini, per anni docente di Botanica all’Università di Padova. Una vera e propria istituzione; qui non richiameremo i suoi meriti scientifici, chi volesse saperne di più può guardare questo link. Argomento del colloquio sarà la vicenda lunga e appassionante dei platani che hanno abitato Prato della Valle dalla prima metà dell’Ottocento fino agli anni Novanta del secolo scorso, e il suo epilogo con gli attuali aceri ricci.

Patrizio Giulini

Professore come è cominciata la sua avventura con i platani del Prato? Negli anni Settanta fui coinvolto nel problema. A quel tempo nulla si sapeva del fungo micidiale. Ma la situazione era pessima: alberi visibilmente sofferenti continuavano a perdere intere branche ormai senza vita. I tagli, chiamiamoli così perché non certo di potature si poteva parlare, erano all’ordine del giorno. Ma di una cosa ero certo dopo aver esaminato la situazione: era inutile e dannoso tagliare, le piante malate andavano abbattute per salvare le poche che apparivano sane. Invece si continuava a fare quello che si era sempre fatto con quelle povere piante sin da qualche decennio dopo il loro impianto.

Si noti la lunga e profonda carie su questa branca.
Fonte P. Giulini, Il verde, in Prato della Valle Due millenni di storia di un’avventura umana, a cura di L. Puppi, Signumpadova, 1986, pag.298

Un momento professore, cosa intende dire affermando “si continuava a fare quello che si era sempre fatto”? Sì ha ragione, procediamo con ordine. Dopo la sistemazione del Memmo, il cui progetto non prevedeva alberi attorno all’isola e meno che meno dentro, come in vari e ripetuti modi specifica il Radicchio, segretario di Andre Memmo e dunque, dobbiamo ritenere, suo portavoce, dopo la sistemazione si diceva, i cittadini padovani spingevano per alberate sul modello di quelle che si andavano realizzando lungo le strade cittadine a partire dalla prima metà dell’Ottocento. Dopo vari tentativi quasi improvvisamente cominciarono a comparire i platani, ma non da soli, come si potrebbe credere, c’erano infatti anche “tulipiferi” (Liriodendron tulipifera L.). Anzi dagli Atti Comunali del 1837 si sa che i tulipiferi erano in quantità maggiore, tre liriodendron per ogni platano.

I platani del Prato a fine Ottocento
Fonte P. Giulini, Il verde, in Prato della Valle Due millenni di storia di un’avventura umana, a cura di L. Puppi, Signumpadova, 1986, pag.282

Tutto molto interessante professore, ma non ci ha ancora spiegato ragione e natura dei tagli. Sì, è vero. Dunque gli alberi crescevano e gli irruenti platani dovettero soverchiare i tulipiferi, che crescono di meno e più lentamente e non avevano nell’isola il conforto di un terreno adatto. Non sappiamo esattamente cosa successe, ma possiamo supporre che un po’ alla volta gli asfittici tulipiferi furono sostituiti con altrettanti platani. E qui arriva il punto: gli alberi erano tanti, non meno di centocinquanta, e furono vittime della loro stessa crescita. Loro erano giovani e non stavano nella pelle, e si ostacolavano a vicenda, erano stati piantati troppo vicini. Per contenere la crescita invece di diradare, abbattendo, si pensò solo a sfoltire, tagliando rami e cime; osservi questa foto e noti le posizioni oblique dei tronchi e le branche reiteratamente potate in tempi successivi. Ma questo finì col rendere gli alberi stessi più vulnerabili a parassiti d’ogni genere.

Fonte P. Giulini, Il verde, in Prato della Valle Due millenni di storia di un’avventura umana, a cura di L. Puppi, Signum Edizioni, 1986, pag.280

Come recitano tutti i manuali e la migliore divulgazione la potatura è fonte di patologie. Esattamente. Le conoscenze del tempo in fatto di potature erano assai limitate ed esisteva il convincimento, non del tutto scomparso neppure oggi, che la potatura “rinvigorisce”. Dunque la situazione si trascinava penosamente tra crescita (gli alberi devono crescere sempre pena la morte) e tagli indiscriminati. Qualcuno pensava alla possibilità di diradare con abbattimenti mirati, ma prevalse sempre una posizione attendista.

Fonte P. Giulini, Il verde, in Prato della Valle Due millenni di storia di un’avventura umana, a cura di L. Puppi, Signum Edizioni, 1986, pag.283

Così facendo dunque gli alberi del Prato erano predisposti alle malattie? Certo pronti a soccombere all’agente patogeno di turno. Fu così che il Cancro colorato trovò terreno fertile. All’inizio nessuno lo riconobbe, ci volle un bel po’ a scoprire che il responsabile era il fungo Ceratocystis fimbriata (Ell. et Mast.) Davidson, che si insinua all’interno del legno vivo, cioè quello più prossimo alla corteccia, e sale lungo il fusto e i rami. Al taglio il legno risulta marrone in contrasto coi colori tenui del platano, da qui il nome di Cancro colorato. Ma attenzione poiché non era l’unico agente patogeno nei platani del Prà, tutta la loro storia altro non era che una lenta preparazione all’insorgere delle malattie.

Lei a quel tempo era all’Istituto di Botanica e Fisiologia vegetale. Il Comune aveva da tempo coinvolto l’Università, io dirigevo l’Istituto in quel momento e toccò a me prendere tutte le decisioni dolorose.

Dunque fu lei che decise di piantare gli aceri ricci in sostituzione dei platani scomparsi? Certo che no! All’epoca avevo pensato in un primo tempo al pioppo bianco (Populus alba L.) il più vicino, mi pareva, al portamento e al colore del platano, nell’ultimo periodo si era piantata una varietà di platano a corteccia bianca (uno dei tanti tentativi della “posizione attendista”). Un’altra possibilità era il Carpino nero (Ostria carpinifolia Scop.) la specie che mi sembrava più adatta alle alte temperature estive del Prato e alla forte insolazione. In ogni caso serviva una pianta sudista… Sudista? Sì, le specie che preferiscono i versanti a sud delle vallate. L’Acero riccio (Acer platanoides L.) è un nordista, ama l’ombra, quindi versanti nord o quantomeno una crescita protetta da alberi più alti e frondosi. Lo dissi all’Amministrazione: se proprio volete piantare aceri, piantate l’Acero campestre che è pianta forte, non teme il sole ed è fortemente radicata nel territorio. Nulla da fare: platanoides era la parola magica “così i padovani penseranno che è il platano”. I miei rapporti con l’amministrazione si erano deteriorati e non mi diedero ascolto. Così un misto di arroganza e ignoranza condannarono quei poveri alberi, prima ancora di essere piantati. Basta andare in Prato e osservare le cortecce. Sono alberi condannati ad una fine prematura.

Meglio lasciare la parola alle immagini…

Ah, non conoscevo questa storia. Ma allora il fatto che gli aceri ricci di Prato della Valle non hanno il bel colore dorato che la specie esibisce in autunno dipende forse dall’ubicazione? E’ molto probabile, sono piante che stanno soffrendo…

Giardino Ognissanti, Acero riccio all’inizio di Dicembre 2018.
Il Prato a fine Novembre dello stesso anno.

Scontati i ringraziamenti Professore. Ma il blog vorrebbe prenotarsi per una chiacchierata sugli alberi che oggi adornano Via Facciolati in luogo dei precedenti Pioppi cipressini. Sbaglio anche stavolta, o fu una sua idea? Sì, quella fu mia responsabilità.

Fulvio Pendini, La città del pensiero (particolare), 1952, portico Palazzo del Bo su Via San Francesco. In basso a destra il Prato con tutti i suoi platani.

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