Giardino Storico Treves: gli alberi 2

Riprendiamo da dove avevamo lasciato: il ponte a schiena d’asino che scavalca il fiume.
Qui il Canale si immette in un tunnel che attraversa tutta l’area dell’Ospedale e riemerge in Via Cornaro.
All’estremità opposta del Giardino la confluenza fra i canali Alicorno e Santa Chiara, è lì che comincia il Canale San Massimo.
Varcato il ponte si entra in una zona scoscesa e volutamente, credo, incolta. Vi dimorano alberi cresciuti spontaneamente: robinie, ligustri, ailanti.
Una targa ricorda che in cima alla collina c’era una pagoda, e sotto una grotta, purtroppo andate distrutte. Costruzioni del genere erano di moda nei giardini all’inglese.
La Pagoda di Kew (1762). Un raro Cedro del Libano e a fianco una Sofora fiorita, sulla destra si intravede un Platano orientale.
Il Giardino Treves risale alla prima metà dell’Ottocento, al dilagare in Italia del giardino romantico.
Lungo il percorso che sale alla cima si incontrano anche gledizie; nella foto una di tutto rispetto.
Si scende per un sentiero che costeggia il muro di cinta con l’Ospedale. In terra il ceppo di una Robinia.
Incontriamo nell’ordine: Liridodendron tulipifera Aureomarginatum, Ginkgo biloba, Morus alba, Taxus baccata. In questa foto l’incantevole fogliame del Liriodendro.
Il Gelso e vicino il Ginkgo. In basso a sinistra dietro il Tasso la vecchia entrata da Via Gallucci; non più operativa dopo il restauro del Giardino (1996-2002).
Non capita spesso di ammirare un Gelso dalle dimensioni così importanti, e direi soprattutto dalla crescita indisturbata.
Tre possenti pioppi cipressini costeggiano il muro di cinta con Dermatologia.
I ruderi che potrebbero sembrare quinte di un palcoscenico, sono in realtà resti di una grande serra, dove erano coltivate piante esotiche sperimentando varie tecniche colturali.
Insomma, un luogo di fervente attività scientifica e anche bello da vedere, che denuncia la raffinatezza intellettuale dei proprietari, Giacomo e Isacco Treves. (Foto: Il Bo Live)
Oltre la serra il grande Platano ibrido censito come monumentale dal Ministero; gli dedicheremo un post ad hoc.
Scendendo nella Cavallerizza, un prezioso Cornus controversa Variegata. Da qui la vista è allietata da tanti e bellissimi alberi.
Volgendosi indietro, Cornus florida Rubra qui colto in piena fioritura…
…superfluo ogni commento.
Una imponente Sofora, che fiorisce un paio di mesi dopo. Sono tutti ancora lì: Gelso, Ginkgo, Liriodendron (seminascosto), Cornus controversa.
Al centro un bellissimo Acero riccio e a fianco due grandi pitosfori. A destra il Platano monumentale e dietro, il sentiero dove ci inerpicheremo per raggiungere la quota del Tempietto.
La corteccia a pelle di serpente dell’Acero riccio.
La macchia dei pitosfori, gremita di fiori, da diversa angolazione. I due robusti tronchi sono di altrettante sofore
Non è neve, ma petali di sofora in luglio. Il sentierino sulla destra scende al ponte a schiena d’asino.
Salendo al Tempietto si incontra ben presto un Acer negundo Variegatum dalle caratteristiche foglie.
Giunti in cima, un raro Tilia americana, e scopriamo di essere allo stesso livello del cortile della sede dell’Istituto d’Igiene. Il palazzo conserva solo la facciata dell’antica dimora della famiglia Treves che per il resto è andata distrutta. Uno dei tanti delitti commessi in nome dell’ammodernamento della città negli anni cinquanta; il periodo dello scempio delle riviere per intenderci.
E da qui si accedeva al Giardino (Foto: Studio Schvarcz).
Anziana Trachicarpus fortunei.
La vista spazia su quasi tutto il Giardino. In primo piano uno splendido Celtis occidentalis; sono numerosi gli esemplari di questa specie. Un sentiero scende verso il fiume.
Ma prima di imboccarlo concediamoci uno scorcio artistico… è il fascino del giardino romantico…
Uno splendido Alloro ci accompagna nella discesa, giungiamo ai piedi di un’edicola sorretta da due cariatidi e che riporta la scritta ‘Fraterna concordia’, chiara allusione alla fede massonica di Jappelli. Insomma, quel genere di cose che mandavano in bestia la Santa Inquisizione. E non c’era da scherzare… pare che il Nostro rimanesse nascosto nel Giardino per qualche tempo per sfuggire all’arresto.
La materia è Pietra di Vicenza, un miscuglio di sabbie e millimetriche conchiglie. Uno spettacolo affascinante, godibile a occhio nudo.
Percorrendo un sentiero che costeggia la scalinata di un approdo giungiamo al ponte più a ovest. Due splendidi tassi ci scortano nel passaggio.

Ci avviamo all’entrata di Via d’Alviano, ma non per uscire dal Giardino, piuttosto per ricominciare daccapo occupandoci in un prossimo post dei numerosissimi e profumatissimi arbusti che vi abitano.

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