Araucaria araucana – Araucaria del Cile

portamento; foglia; fiore; frutto; corteccia; seme; fenologia; areale di origine; protologo e sistematica; etimologia; dove trovarli


Protologo e sistematica

Araucaria araucana (Molina) K.Kock
Nome assegnato da Karl Kock, dendrologo tedesco, nella seconda parte del secondo volume Dendrologie, Erlanghen, 1873, pag. 206

La pagina in questione. Una incredibile teoria di denominazioni con cambio sia del nome di genere sia di specie. Il primo riferimento è a Juan I. Molina che la battezzò Pinus araucana nel 1782, è questo il motivo della notazione ‘(Molina)’ nel nome attuale. Il primo a collocarla nel genere Araucaria è José A. Pavón Jiménez (A. imbricata – Memoria sobre la Araucaria de Chile, 1796) poi Mirbel la chiama Araucaria chilensis (Mémoires du Muséum d’Histoire Naturelle di Parigi, 1825), e via di seguito. Quante storie dietro tutti questi nomi, ma come inseguirle tutte?

La descrizione parte dalle foglie: rigide, allungate a punta pungente, disposte a tegole. E passa per gli strobili grandi con scaglie a punta libera e aghiforme.

Etimologia

‘Albero resinoso eccelso, indigeno presso gli Araucani in Chiloé come attesta Molina nella Storia del Cile (da cui il nome)‘. Dalla descrizione del genere in Jussieu, Genera Plantarum, Parigi, 1789, pagina 414.

Sempre alla stessa pagina de Jussieu precisa che ha tratto le informazioni sul genere Araucaria da essiccati di Dombey. Joseph Dombey fu un botanico francese che prese parte a una spedizione scientifica franco-spagnola (1777-1784) in America del Sud. Era stato nientemeno che Lamarck a intestargli l’eroina del post (Dombeya chilensis) nel 1789 (settima riga della prima foto in questo paragrafo).


Fenologia

Fenologia minima

Areale di origine

Areale di origine (native range). Una piccola regione delle Ande al confina tra Cile e Argentina

Portamento

Albero dall’aspetto ancestrale, inizialmente cresce in forma colonnare o quasi conica, da adulto (molto adulto poiché è longevo) perde i rami bassi e assume profilo a cupola. Sempreverde.

Parc de Bagatelle, Parigi. Immaginate l’effetto che fanno migliaia di queste sagome tutte assieme; ecco un link fra i tanti.
Giovane araucaria in Orto. Morta di recente. Dopo vari altri tentativi hanno optato per una heterophylla.
Lo stato misero in cui era ridotta nel giugno 2021.
Giovani araucarie al Parco delle Conifere di Ome (Brescia)
In città è rara. Un giardino condominiale in Via Tirana.

Foglia

Foglie squamiformi, grandi, coriacee, appuntite. Appressate le une alle altre a mo’ di ‘tegole‘.
Rami lunghi e snelli che schizzano d’ogni parte – come temi dvorakiani lanciati dal Nuovo mondo.
Maggio, germoglio alla ripresa vegetativa.
Le foglie terminano in una vera e propria spina, che sa essere molto dolorosa. Nella foto si riconoscono file e file di stomi; presenti su entrambe le facce.
Ramo spezzato, l’ideale per osservare la siluette della foglia.

Strutture riproduttive

Coni maschili in maggio, disposti in gruppi o singoli alla cima dei rami
Forma cilindrica,…
…con miriadi di squame mucrone munite disposte a spirale
A maturità aprono le squame e dispensano copiosamente il polline; poi restano a lungo sulla pianta.
I singoli microsporofilli hanno curiose sacche polliniche lineari e pendenti. Nella foto (Wikipedia) particolare da una illustrazione di A. brasiliana (sin. A. angustifolia), i manuali assicurano che le due specie hanno sporofilli pollinici identici.
Cono femminile in marzo. Si sta appena formando, sarà pronto per la fecondazione in maggio giugno.
Grande e pressocché sferico. Nella foto in giugno si distinguono le punte delle brattee protettive; in questa fase giallognole.
Lo strobilo nel gennaio successivo. La forma è allungata con la base panciuta: lì dentro cominciano a formarsi i grossi semi.

‘Frutto’

Il cono maturo è marrone e gonfio di semi. Ci mette due anni a maturare, nella foto in aprile del secondo anno.

Seme

Il complesso brattea protettiva-squama fertile, racchiude e custodisce il seme fino alla caduta dalla pianta. Nella foto si riconosce la punta della brattea, la linea di sutura fra brattea e squama e, verso destra, la regione dove è contenuto il grosso seme.
Lato inferiore (quello verso l’esterno dell’asse del cono) del complesso brattea-squama.
Al centro il seme, a destra la sezione con dentro l’embrione e a sinistra l’embrione compreso di radichetta, ipocotile e cotiledoni. Questi ultimi sono due diversamente dai cugini pini e abeti. (Nella foto, particolare dalla tavola precedente).

‘Differisce dal Pino e dall’Abete per le foglie, per le squame maschili dalle molte antere (sacche polliniche), per le squame femminili dorsali nulle (senza apofisi), per le [squame] femminili che non ricoprono una capsula gemina (con due semi) ma sono esse stesse capsulari monosperme‘ (pagina 414). In quest’ultima affermazione Jussieu sembra voler dire che mentre nel pino e nell’abete il complesso squama-brattea è parte dello strobilo, in araucaria sono le squame stesse che formano il cono, dopotutto nel primo caso alla caduta dei semi resta un cono vuoto sulla pianta, invece nel secondo sul ramo resta un solo rachide nudo (come nei cedri).

Corteccia

Corteccia grigio marrone a placche rugose.

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