Come distinguere fra pomi, bacche e drupe

Districarsi tra i frutti non è facile, nemmeno restringendo il campo al sottoinsieme formato dalle tre tipologie cui siamo interessati (chi avesse fretta e volesse subito arrivare al nòcciolo della questione, salti qui). I tre sono frutti carnosi a forma più o meno sferica e questo consente di identificarli facilmente (distinguendoli ad esempio dalle more del gelso o altri frutti articolati). Ma riconoscerli dal solo esame esterno, dire cioè, guardando la buccia o tastandone la consistenza o cercando altri elementi come ad esempio residui del calice, se si tratti di drupa piuttosto che bacca o pomo, non è possibile. Diciamolo subito, non solo è necessario aprirli, in molti casi per venirne a capo dobbiamo ripensare alla conformazione dell’ovario.

Drupa

Ziziphus jujuba – Giuggiolo
Tecnicamente ogni frutto deriva dall’ovario, la cui parete può essere considerata la sovrapposizione di tre strati, come se uno indossasse tre calze una sopra l’altra. (Nella foto, la drupa del giuggiolo)

Quando l’uovo è fecondato, gli strati dell’ovario subiscono profonde trasformazioni, e prendono nome di endocarpo quello interno, mesocarpo l’intermedio, esocarpo l’esterno. Se quello più interno diventa il nocciolo, allora abbiamo la drupa. Nella foto sezione longitudinale della drupa del giuggiolo.


Celtis australis – Bagolato

Come nel caso del giuggiolo molto spesso le drupe hanno origine da un ovario supero. Un ottimo esempio è il bagolaro, un albero che in città si trova molto facilmente.

Il fiore è piccolo e passa facilmente inosservato. Alla base il calice (tepali) che racchiude tozzi stami; questi ultimi circondano a loro volta un ovario supero sormontato da uno stigma diviso in due parti molto appariscenti; lo stilo è praticamente inesistente.
Sezione longitudinale del fiore. All’interno dell’ovario (supero) si distingue un unico ovulo.
Le drupe sembrano perle: ‘perler’ è uno dei nomi comuni dell’albero.
Residui del calice tra frutto e peduncolo.
La cicatrice lasciata dalla caduta dello stilo, in cima al frutto.
Il nocciolo è alquanto increspato
Nell’ingrandimento si distingue bene sia l’esocarpo, lo strato più scuro, sia il mesocarpo quello verde chiaro.

Juglans nigra – Noce americano

Osservare residui del calice fra frutto e peduncolo (come succede nel bagolaro) potrebbe sembrare un carattere utile all’individuazione delle drupe, ma le cose sono un po’ più complicate di così poiché l’ovario può essere infero, e allora sarà il frutto a trovarsi fra il peduncolo e i residui del calice.

Come succede nel genere Juglans. Nella foto, Juglans nigra.
Residui degli stigmi in marrone e del calice in verde.
Il fiore femminile di juglans nigra ha uno stigma che si divide due lunghe parti, un corto stilo e ovario infero, cioè completamente racchiuso nel ricettacolo.
Sezione del frutto. Si distinguono il nocciolo (che nel linguaggio naturale si dice ‘noce’) e il mallo, la buccia e la polpa. Questi due elementi dovrebbero derivare dai due strati più esterni dell’ovario, ma c’è una complicazione: dov’è finito il contributo del ricettacolo?

Hippophae rhamnoides – Olivello spinoso
I frutti giallo arancio a maturità conservano in cima residui di calice. Dunque anche per questa specie l’ovario è infero.
Sezione trasversale: al centro il nocciolo (endocarpo) e su questo non ci sono dubbi. Segue la polpa, difficile dire se formatasi dall’ovario o dal ricettacolo, o forse da entrambi. All’esterno sottilissima, tanto da distinguersi appena, la buccia.

Bacca

Nella bacca i semi, privi di nocciolo, sono distribuiti all’interno di una polpa succosa. Insomma, manca il nocciolo, e endocarpo e mesocarpo sono distinguibili solo in rari casi.

Arbutus unedo Corbezzolo
Una bacca classica è il frutto del corbezzolo: minuscoli semi privi di nocciolo sparsi in una polpa indistinta. La buccia bitorzoluta deriva dallo strato più esterno dell’ovario.
Tante piccole bollicine assiepate. In questa specie l’ovario è supero.
Dentro i semi dalla forma e superficie tormentate.

Feijoa sellowiana – Feijoa

Anche la bacca può avere residui del calice in cima, è appunto il caso della feijoa (o acca) che li mostra molto ben visibili.

Frutto ellissoidale di colore verde. Permangono fino a maturazione resti di calice, stilo e stigma.
Che sia una bacca è piuttosto evidente, una volta aperto. Ma come distinguere i tessuti derivati dall’ovario (che è infero) da quelli che provengono dal ricettacolo?
Sembra che la loro collocazione debba essere quella indicata in figura.
Tutto ha origine da un ovario infero (in figura la sezione longitudinale).
Sezione trasversale dell’ovario. Si distinguono gli ovuli, attaccati alla parete interna dell’ovario (placenta), e i tessuti dell’ovario che sfumano in quelli del ricettacolo.

Pomo

Il pomo è classificato come un falso frutto, poiché la polpa deriva dal solo ricettacolo, mentre il contributo dell’ovario consiste in quello che nella mela chiamiamo ‘torsolo’ (endocarpo) ovvero la parte non commestibile.

Genere Malus – I meli
Nella regione interna le parti derivanti dall’ovario, il resto, la polpa, deriva dal ricettacolo. Dalla parte opposta del peduncolo si distinguono resti del calice, indice di ovario infero. (Nella foto, Malus domestica)
Sezione longitudinale del fiore di Malus domestica. In alto la base dello stilo (che poi si diramerà in cinque parti), al centro gli ovuli e le logge che li ospitano. Tutto intorno tessuti del ricettacolo.
Un delicato e paziente lavoro di cesello permette di distinguere parte del torsolo. (Nella foto, Malus floribunda)
Il torsolo in tutta la sua nudità. (Nella foto, Malus floribunda)

Amelanchier ovalis – Pero corvino

Nel genere Malus le diverse parti e i diversi contributi si distinguono agevolmente, ma le cose non sono sempre così chiare. Nel pero corvino ad esempio quando si apre il frutto, si resta un po’ perplessi, poiché non è chiaro che fine abbia fatto il torsolo.

Frutto maturo in giugno. La pelle sottilissima è ricoperta da sostanza pruinosa
Il pistillo ha cinque stili e l’ovario altrettanti alloggiamenti.
Molto più difficile raccapezzarsi sulle diverse parti del frutto: poca polpa e tanti grossi semi.

A mo’ di conclusione

Come si è visto le cose sono complicate poiché non sembra esserci una regola generale cui aggrapparsi, l’unica affermazione che pare si possa fare con sicurezza è che se i resti del calice sono fra frutto e peduncolo, allora non può essere un pomo. Per il resto tutto va valutato caso per caso.

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