Arboreto salvatico

Il post è costruito sul libro Arboreto salvatico di Mario Rigoni Stern. Come forse noto si tratta di una raccolta di venti racconti ognuno dedicato ad una specie arborea, molte delle quali presenti nel giardino della casa dello scrittore. Alberi, questi ultimi, da lui stesso piantati nel corso degli anni; e di tutti ne ha voluto raccontare la botanica, l’importanza selvicolturale, i risvolti autobiografici.

Ringraziamenti
Questo post non sarebbe stato possibile senza la gentilezza di Gianni Rigoni Stern, figlio di Mario, che ci ha aperto il brolo della casa dello scrittore. Non solo, ci ha anche guidati fra gli alberi con prodigalità di spiegazioni e chiarimenti, anche di natura botanica (è di formazione selvicoltore). Un grazie anche a Giuseppe Mendicino, biografo dello scrittore, che con cortesia e generosità ci ha messo nelle condizioni di poter contattare Gianni; e ha fornito molte dritte di varia natura al Cacciatore di Alberi.


Partendo da Asiago si deve aggirare il campo d’aviazione per raggiungere la strada che porta al Monte Zebio. Molto prima della deviazione per la malga omonima, si incontra, nascosta da grandi alberi, una stradina che, arrampicandosi per brevissimo tratto, porta alla casa di Mario Rigoni Stern. Quella ‘quarta casa’ semplice come un’arnia per api che lo scrittore abitò per ultima, da lui stesso disegnata e con l’aiuto dei figli costruita.

Casa che ha voluto ornata da un arboreto; poi immortalato in un libro snello e compatto, elegante di lessico scoppiettante, carico di ricordi. Libro traboccante sapienza arborea, come ricordato nelle motivazioni della Laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Padova.
Mappa del brolo
Certo sarebbe stato possibile parlare delle diverse specie indipendentemente dal luogo fisico, ma l’intuizione di descriverle lì, presenti in atto, accresce il fascino dei racconti. E emoziona il Cacciatore di Alberi che vi si reca in rispettoso e timido pellegrinaggio.
Ora lasciamo la parola al libro (Mario Rigoni Stern, Arboreto salvatico, Einaudi, 1991). Tutti i riferimenti sono relativi a questa edizione.

Il Noce – Juglans regia

(1 nella mappa)

Il mio noce è sempre l’ultimo a buttare le foglie: il colore verde-bruno appare subito dopo il verde-lacca del maggiociondolo. Nelle prima quindicina di maggio annuso nell’aria del mattino e del crepuscolo della sera anche il suo odore amarognolo; ma pure d’autunno mi piace strapazzare tra le mani le sue foglie per sentire a lungo sulla pelle quel particolare profumo (pag. 75)

La pianta gli fu regalata da un amico che lo esortò a piantarla ugualmente nonostante i molti dubbi. Vinte le reticenze, eccola cresciuta come la vedete, giunta ormai alla rispettabile età di cinquant’anni.

…il tronco è robusto e dritto, i rami, o meglio le branche principali, si suddividono a non grande altezza e formano una chioma ampia, dapprima ogivale e poi arrotondata. Negli alberi giovani la corteccia è liscia e grigio-chiara, poi con l’età si screpola e si fessura verticalmente… (pag. 77)

Di maggiociondoli nel brolo (11 nella mappa) ce ne sono parecchi, con le loro foglie ‘verde lacca’; ma il colore che più colpisce in questo mezzo giugno è quello dei fiori, disposti in grappoli penduli e aggraziati.

Laburnum alpinum, aspetta giugno per fiorire, al contrario del cugino di pianura che è piuttosto precoce.
Due esemplari di recente piantati a guardia della legna messa ad asciugare lungo la parete sud della casa.

Tigli – Tilia cordata

(2 nella mappa)

Tiglio selvatico (Tilia cordata), al centro nella foto, lungo la stradina che porta alla casa. Alto e armonioso è una delle piante più belle del brolo.

La famiglia delle Tiliacee ha solamente il genere Tilia; da noi sono tre le specie che crescono, ma se ne conoscono molte di più, ed è curioso leggere come certi autori ne classifichino diciotto e altri sessantacinque. Da noi il tiglio più comune è il Selvatico o Maremmano; dei tre nostrani il meno grande … Le foglie sono caduche, cuoriformi, con apice appuntito, seghettate ma lisce alla base, con le venature ben marcate, di colore verde denso, più chiare e coperte di leggera peluria nella pagina inferiore. Ma che colore giallo-dorato ci donano all’autunno! “Il cerchio d’oro del tiglio / è come un serto nuziale”, dice Pasternak in una sua poesia. (pagg. 33, 35)

La pagina inferiore porta peluria aranciata alle attaccature delle nervature.
Varie tonalità di giallo per varie specie di tigli presso la Breccia di Santa Giustina (Padova).

Larici – Larix decidua

(3 nella mappa)

Prossimi alla mia casa sono due larici, me li vedo davanti agli occhi ogni mattino e con loro seguo le stagioni; i loro rami quando il vento li muove, come ora, accarezzano il tetto. Quando misi mano a tirar su i muri perimetrali, questi larici erano già nati dalla terra smossa da una granata che nel 1918, esplodendo, aveva ferito il pascolo, ma non avevano l’aspetto di oggi: erano alti, sì, a dondolarsi nel cielo, ma il loro diametro non superava i venti centimetri. Sotto di loro in quell’autunno raccolsi un bel cesto di agari violetti, profumati e sodi funghi che chiudono la stagione. Quando nella primavera ripresi i lavori, anche i due larici si vestirono di un bel verde chiaro rallegrato dai fiori gialli e arancioni. (pag. 4)

Purtroppo oggi non ci sono più. Nel brolo è presente un solo larice, piantato forse poco prima della pubblicazione del libro, vive un po’ più in basso del capanno degli attrezzi. Ma è bello e alto, e anche per questo difficile da fotografare.

Eccolo seminascosto da altre due conifere delle quali presto parleremo.

Ma i larici che personalmente ammiro e fors’anche venero, sono quelli che nascono e vivono nelle scaffe delle rocce che portano il tempo: sono lì nei secoli a sfidare i fulmini e le bufere, sono contorti e con profonde cicatrici prodotte dalla caduta delle pietre, i rami spezzati, ma sempre, a ogni primavera quando il merlo dal collare ritorna a nidificare tra i mughi, si rivestono di luce verde e i loro fiori risvegliano gli amori degli urogalli. E all’autunno, quando la montagna ritorna silenziosa, illuminano d’oro le pareti. (pag. 7)

Poesia allo stato puro!


Sequoia gigante – Sequoia gigantea

(4 nella mappa)

Tra quelli del mio brolo l’unico albero fuori dal suo ambiente naturale è una Sequoia gigantea; ormai è alta sei-sette metri, ma solo in questi ultimi anni ha preso vigoroso sviluppo perché quando la misi a dimora, una quindicina di anni fa, era alta poco più di un metro. (pag. 25)

Il tronco possente della Sequoia. Fa una certa impressione avvicinarsi: fra tutti gli alberi del brolo è quello dal tronco più grande. Oggi l’albero ha quarantasei anni (‘una quindicina’ alla pubblicazione del libro più trentuno per arrivare al 2022) ed è robusto e forte.
Nella foto Gianni Rigoni Stern, figlio di Mario, che gentilmente ci ha guidati nel brolo, e senza il quale, come si è detto, questo post non sarebbe stato possibile. Qui ritratto ad indicare la gigantea, della quale ha rivendicato, non senza orgoglio, l’impianto.

Peccio – Picea abies

(5 nella mappa)

Anche nel mio brolo, assieme ad altre diverse specie di alberi di alto fusto, ci sono dei pecci: crescono rigogliosi tanto che ormai, anche se sono nel terreno più in basso, mi riducono lo sguardo sul paesaggio. Quand’erano ancora piccoli, mi era molto comodo raccogliere da loro gli sciami delle api [] Il peccio resta sempre l’albero per eccellenza delle nostre foreste alpine, e da lui hanno trovato da vivere tante famiglie di montanari che dal suo legno ricavavano oggetti che poi venivano commerciati in paesi anche lontani. (pag. 10)

E così scopriamo che il buon Mario era in grado di catturare, ogni primavera, uno sciame di api. Il fatto che gli alberi dovessero essere giovani è essenziale poiché l’operazione richiede il taglio del ramo dove si è posato lo sciame. Il resto del brano è dedicato al bosco come fonte di sussistenza, aspetto sempre ricordato nelle sue opere e nell’Arboreto presenza pressoché costante.

Particolare della foto precedente, dove l’albero appena dietro al Peccio sulla sinistra era la gigantea: si distinguono le diverse acconciature dei rametti e, a guardar bene, persino la disposizione degli aghi.

Il peccio della famiglia delle Pinacee, da molti, e non solo dai cittadini sprovveduti, erroneamente è chiamato pino. Ma altri sono i pini. Questo peccio, o abete rosso, è albero di prima grandezza, alto, talvolta, più di quaranta metri; è longevo tanto che in alcune foreste ancora intatte se ne possono trovare di quattro-cinque secoli d’età. I rami sono disposti a piramide con le estremità rivolte verso l’alto. Nelle quote più alte o nelle regioni del Nord assume forma colonnare perché dalla neve e dal tempo i lunghi rami vengono schiacciati contro il tronco. La corteccia è rossastra e a piccole squame, invecchiando si fessura e si dispone a placche. Le foglie aghiformi sono disposte tutt’intorno ai ramuli; i fiori maschili, sui rami più giovani, sono amenti giallo-rossastri; i femminili di un bel colore rosso vivo. Gli strobili sono penduli, lunghi anche venti centimetri e cadono al suolo prima di aprirsi. (Ma gli scoiattoli comodamente seduti tra i rami amano desquamarli per mangiarne i semi e a terra lasciano cadere il torsolo nudo) […] Narrano i poeti greci e latini che il peccio era albero pronubo e sacro a Imeneo perché dal suo legno resinoso si ricavavano le tede per illuminare il talamo nuziale. (pag. 11)

Da sempre resto affascinato dalla prosa del Nostro. Certo, soprattutto qui nell’Arboreto, referenziale e descrittiva quanto volete, ma non per questo meno poetica e evocativa. In generale si fa fatica ad apprezzare il valore letterario di una descrizione ‘scientifica’, e di certo è per questo che sono altre le opere portate solitamente ad esempio per mostrare la grandezza del Nostro. Personalmente credo, invece, che l’Arboreto sia un capolavoro; alla stregua del Sistema periodico di Primo Levi; e sempre ho pensato a questi due libri come fratelli.

Il ceppo di un peccio crollato con Vaia all’ingresso del capanno degli attrezzi (b nella mappa).
Scorcio dell’interno
Una quantità spropositata di bastoni, di certo regali.
Gli sci in legno di frassino

Frassino maggiore – Fraxinus excelsior

(6 nella mappa)

Vicino alle vecchie case, a Levante, c’era sempre un frassino. Qualcuno è sopravvissuto alla Grande Guerra e ora allarga i suoi rami sui tetti e sui rami intorno […] Anche nell’orto della vecchia casa mio nonno, quando tornò per ricostruirla, volle piantare un frassino al posto di quello ucciso dalle granate […] Io aspettavo che crescesse e ogni anno gli misuravo il tronco perché volevo fare tavole da sci […] Sarà per tutto questo che a nord dell’orto ho voluto piantare anch’io un giovane frassino che ho levato dal bosco? È alto e diritto, flessibile al vento e alla neve, e solo adesso incomincia ad allungare i rami che dalle piccole gemme nere gli erano spuntati. Non lo vedrò allargare i sui rami verso il tetto, e ora che gli sci si fabbricano con le resine sintetiche e fibre di carbonio, i miei nipoti non avranno bisogno di immaginare tavole dal suo tronco. (pag. 43)

L’orto (c nella mappa). Oggi ‘a nord dell’orto’ non ci sono frassini; uno giovane e aitante si trova, invece, lungo la stradina di ingresso (6 nella mappa).
Il Frassino, al centro nella foto. Sullo sfondo si intravvede il Duomo di San Matteo, dal campanile a cipolla.
Nella foto, presa dalla strada, il frassino è sulla destra; al centro un ciliegio e sulla sinistra in alto, dietro un marasco (Prunus cerasus), il Noce.

Ciliegi – Prunus avium e Prunus cerasus

(7 nella mappa)

La neve che aspettavo in dicembre e che per tutto l’anno non è venuta, si è fatta vedere in aprile quando i tre ciliegi stavano per aprire le corolle. Stando dentro il letto sentivo un differente silenzio; ma anche la luce, la poca luce che sempre la notte conserva, aveva differente riflesso. Pensavo, vagavo con la mente per contrade e tempi lontani ma poi il pensiero ritornava là: ai ciliegi. Forse può sembrare ridicolo che un uomo della mia età, con tutte le cose che stanno accadendo, si soffermi a trepidare per i ciliegi in attesa della fioritura. Pensavo anche a quelle onde bianche di ciliegi in fiore che ai piedi delle mie montagne aspettavano insetti pronubi e un leggero zefiro, ma non la neve e il vento del Nord. (pag. 99)

Un gruppo di ciliegi e il frassino sulla sinistra. Ciliegi domestici e maraschi (Prunus cerasus) sono disseminati qui e là.

Nel racconto Rigoni Stern tesse a lungo le lodi delle due specie. Si capisce che è impossibile trascriverlo tutto, ma almeno una delle immagini che ci regala la voglio riportare.

L’area dove vegeta occupa una vasta zona eurasiana; vive spontaneo nelle foreste di latifoglie e in certe località si arrampica fino a millecinquecento metri d’altitudine. Ama le pendici solatie e i terreni calcarei. D’autunno il suo fogliame diventa una brillante orifiamma che illumina i boschi più scuri. (pag.101)

Ciliegio in livrea autunnale al Parco Perlasca (Padova).

Sarà per tutto questo che attorno alla casa ho voluto tre ciliegi domestici e, l’anno scorso, ho piantato diversi polloni di marasco selvatico? E in un mio racconto ho voluto scrivere di un ciliegio selvatico cresciuto sul tetto di paglia di una povera casa di montagna? L’avevo sentito raccontare e poi ebbi occasione di vederlo in una fotografia del 1915, prima che la guerra abbattesse casa e ciliegio. Ma uno, però, nelle vicinanze è rimasto; e il vecchio Titta, che ora avrebbe più di cento anni, diceva di ricordarlo quando lui era ancora bambino. È tutto contorto, scorticato, pieno di schegge di granata e di pallottole, eppure fruttifica ancora e anche quest’anno butterà i suoi fiori, anche se, quando le ciliegie saranno mature, più nessun ragazzo salirà tra i rami a impiastricciarsi mani, viso e camicia di rosso e dolce succo.
La vecchia casa contadina vuota e abbandonata è ora in vendita, al suo posto costruiranno un condominio per villeggianti e anche il vetusto ciliegio sarà abbattuto per far posto alle automobili. Con lui se ne andrà un pezzo di storia, della nostra giovinezza. Come nell’ultima scena del
Giardino dei ciliegi, dopo che Ljubov’ Andreevna costretta a vendere il ciliegeto alla speculazione, prima di abbandonarlo, abbracciata al fratello Gaev, mormora singhiozzando: ‘Mio caro, dolce, meraviglioso giardino… Vita mia, giovinezza mia, felicità mia. Addio!…Addio’. E il vecchio maggiordomo Firs rinchiuso e dimenticato dentro la casa sente in lontananza la scure che si abbatte sugli alberi. (pag. 101)

Vista dalla strada, ciliegi e maraschi.

Quasi senza accorgercene siamo arrivati al ciliegio, ultimo dei racconti dell’Arboreto, e ultima pianta di questo post; dilungatosi già fin troppo. Delle rimanenti specie del libro racconteremo in un prossimo articolo.

Ci fermiamo dunque per riprender fiato e intanto volgiamo lo sguardo a sud verso Asiago. Al sommo di una collinetta, il Sacrario.

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