
arti figurative; intermezzo botanico; Susanna e i vecchioni; miti latini e cristiani; ritratti di lecci; letteratura; dove trovarlo; stemma di Lecce
Il leccio nelle arti figurative
Molti sono i miti legati al leccio, ma non è facile trovare opere d’arte che li ricordino. Fa eccezione ‘Susanna e i vecchioni’, dalla Bibbia, abbondantemente presente nella pittura di tutti i periodi. Susanna (Libro di Daniele, 13) insidiata, e poi calunniata, da due vecchi laidi, è condotta a giudizio. Ma l’inganno è smascherato dal profeta Daniele che fa emergere una contraddizione interrogando separatamente gli spergiuri: uno testimonia di aver visto Susanna commettere adulterio sotto un lentisco, l’altro sotto un leccio.
Intermezzo botanico
Può essere utile ricordare i caratteri delle due piante (chi non fosse interessato può saltare), ci limiteremo solo a quelli che si possono riconoscere in un quadro: portamento e foglia. Il lentisco ha foglia composta e questo può tornar utile se la pianta è ritratta da vicino.

Pistacia lenticus, foglia composta, è questo l’unico carattere riconoscibile in un quadro. Gli altri li ricordiamo solo per senso del dovere: due foglioline al vertice (foglia paripennata), rachide alato, singole foglioline leggermente allungate, vertice ottuso, base acuta, bordo intero, prive di piccioletto (sessili).





Susanna e i vecchioni

Lorenzo Lotto, Susanna e i vecchioni (particolare), 1517, Uffizi. Gli alberi più alti potrebbero essere lecci, quelli più bassi un boschetto di lentischi. La donna, nella parte superiore del quadro, è raffigurata in un hortus conclusus.


La parte inferiore dell’opera mette in scena il momento in cui irrompono nell’area del bagno i servi richiamati dalle urla di Susanna e dei vecchioni. La drammaticità del momento è esaltata dai due cartigli, in quello di Susanna è scritto: ‘Trovo che sia meglio morire, piuttosto che peccare. Ahimè!’, mentre l’altro portato da uno dei vecchioni dice (come in un fumetto): ‘L’abbiamo vista accoppiarsi con un giovane. Se non acconsentirai a noi, morirai per la nostra testimonianza’.

Bellissima e molto più ‘carnale’ l’interpretazione del Veronese, 1580, National Gallery, Londra. L’artista veneto disegna con maggiori dettagli i lecci, riconoscibili dalla forma della foglia (in vero a bordo intero, mentre a volte hanno piccoli denti acuti) e dal colore verde-grigio dei tronchi – se state pensando all’alloro, non avete tutti i torti.


Di miti latini e cristiani

Bartolomeo Pinelli, Numa Pompilio riceve le leggi dalla ninfa Egeria, Sec. XIX. Ai piedi del Colle Aventino vi era un boschetto di lecci dove viveva la ninfa Egeria, ritratta nell’atto di imporre le leggi al leggendario re. Nell’acquaforte si distinguono abbastanza chiaramente fronde di leccio.


Piero della Francesca, La leggenda della vera Croce, 1452, San Francesco, Arezzo (particolare). Il leccio è legato alla passione di Cristo perché unico albero che offrì il proprio legno per costruire la croce (Cattabiani, in Florario, Mondadori, 1998, pag. 192). Ma in due versioni contrapposte, nella prima lo fece senza alcuna remora e a dispetto di tutte le altre specie, nella seconda si offrì in sacrificio per assecondare il piano divino. Piero conosceva certamente il mito. Sebbene l’albero in secondo piano abbia foglie poco convincenti nella forma, il colore è più verosimile; anche la corteccia sembra avere la giusta tinta.

Sempre il Cattabiani (stesso luogo) riferisce che nei Detti di Sant’Egidio (un capitolo dei Fioretti di San Francesco) Sant’Egidio loda il leccio per il suo sacrificio (purtroppo non sono riuscito a individuare il passo). Nella stampa (Balthasar Moncornet, Sant’Egidio e la cerva) compare un alberone che a giudicare dal portamento potrebbe essere un leccio.

Ritratti di lecci



Il leccio in letteratura
Il leccio più famoso in letteratura è di certo l’Elce de Il barone rampante(*) su cui Cosimo (l’eroe del romanzo) si arrampica per dare inizio all’avventura arborea che durerà per tutta l’opera. Ho selezionato alcuni brani inziali che parlano dell’albero, ma tutto il libro è, in qualche modo, un racconto botanico. Si può trovare on line, ma, naturalmente, è preferibile il metodo tradizionale: toccare e odorare la carta fa parte della lettura.

Brani da ‘Il barone rampante’
Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d’andare a desinare a metà del pomeriggio. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: – Ho detto che non voglio e non voglio! – e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave.
…
E allora? – disse nostro padre a Cosimo. – No, e poi no! – fece Cosimo, e respinse il piatto. – Via da questa tavola! Ma già Cosimo aveva voltato le spalle a tutti noi e stava uscendo dalla sala. – Dove vai? Lo vedevamo dalla porta a vetri mentre nel vestibolo prendeva il suo tricorno e il suo spadino. – Lo so io! – Corse in giardino. Di lì a poco, dalle finestre, lo vedemmo che s’arrampicava su per l’elce. Era vestito e acconciato con grande proprietà, come nostro padre voleva venisse a tavola, nonostante i suoi dodici anni: capelli incipriati col nastro al codino, tricorno, cravatta di pizzo, marsina verde a code, calzonetti color malva, spadino, e lunghe ghette di pelle bianca a mezza coscia, unica concessione a un modo di vestirsi più intonato alla nostra vita campagnola. (Io, avendo solo otto anni, ero esentato dalla cipria sui capelli, se non nelle occasioni di gala, e dallo spadino, che pure mi sarebbe piaciuto portare). Così egli saliva per il nodoso albero, muovendo braccia e gambe per i rami con la sicurezza e la rapidità che gli venivano dalla lunga pratica fatta insieme.
…
Ho già detto che sugli alberi noi trascorrevamo ore e ore, e non per motivi utilitari come fanno tanti ragazzi, che ci salgono solo per cercar frutta o nidi d’uccelli, ma per il piacere di superare difficili bugne del tronco e inforcature, e arrivare più in alto che si poteva, e trovare bei posti dove fermarci a guardare il mondo laggiù, a fare scherzi e voci a chi passava sotto. Trovai quindi naturale che il primo pensiero di Cosimo, a quell’ingiusto accanirsi contro di lui, fosse stato d’arrampicarsi sull’elce, albero a noi familiare, e che protendendo i rami all’altezza delle finestre della sala, imponeva il suo contegno sdegnoso e offeso alla vista di tutta la famiglia.
…
L’elce era vicino a un olmo; le due chiome quasi si toccavano. Un ramo dell’olmo passava mezzo metro sopra a un ramo dell’altro albero; fu facile a mio fratello fare il passo e così conquistare la sommità dell’olmo, che non avevamo mai esplorato, per esser alto di palco e poco arrampicabile da terra. Dall’olmo, sempre cercando dove un ramo passava gomito a gomito con i rami d’un’altra pianta, si passava su un carrubo, e poi su un gelso. Così vedevo Cosimo avanzare da un ramo all’altro, camminando sospeso sul giardino.
…
Tutto quel che ne potevamo vedere noi era l’affacciarsi all’orlo del muro delle foglie oscure d’una pianta nuovamente importata dalle colonie americane, la magnolia, che sui rami neri sporgeva un carnoso fiore bianco. Dal nostro gelso Cosimo fu sulla cornice del muro, fece qualche passo in equilibrio, e poi, tenendosi con le mani, si calò dall’altra parte, dov’erano le foglie e il fiore di magnolia. Di lì scomparve alla mia vista; e quello che ora dirò, come molte delle cose di questo racconto della sua vita, mi furono riferite da lui in seguito, oppure fui io a ricavarle da sparse testimonianze ed induzioni. Cosimo era sulla magnolia. Benché fitta di rami questa pianta era ben praticabile a un ragazzo esperto di tutte le specie d’alberi come mio fratello; e i rami resistevano al peso, ancorché non molto grossi e d’un legno dolce che la punta delle scarpe di Cosimo sbucciava, aprendo bianche ferite nel nero della scorza; ed avvolgeva il ragazzo in un profumo fresco di foglie, come il vento le muoveva, voltandone le pagine in un verdeggiare ora opaco ora brillante. Ma era tutto il giardino che odorava, e se Cosimo ancora non riusciva a percorrerlo con la vista, tanto era irregolarmente folto, già lo esplorava con l’olfatto, e cercava di discernerne i vari aromi, che pur gli erano noti da quando, portati dal vento, giungevano fin nel nostro giardino e ci parevano una cosa sola col segreto di quella villa. Poi guardava le fronde e vedeva foglie nuove, quali grandi e lustre come ci corresse sopra un velo d’acqua, quali minuscole e pennate, e tronchi tutti lisci o tutti scaglie.

Di querce (quasi certamente lecci) parla Jean Giono nel bellissimo romanzo ‘L’uomo che piantava gli alberi’.
E la poesia?

Egeria, nome adorabile,
vivi ancora nel boschetto, nella roccia della sorgente,
nell’oscurità della quercia! Indugi, intrecci i tuoi fili
al pozzo, nell’edera della soglia.
Qui, o ninfa,
la tua festa veniva celebrata con danze circolari in coro;
le tempeste del tempo non riuscivano a
turbare la sacra pace.
Qui potevo dimenticare ogni dolore terreno,
affondare i miei dispiaceri nel Lete.
O valle dell’amore,
ti ricorderò per sempre, Tempe etrusca!
Credo che nel tuo regno,
dalla sorgente da cui provenivano,
le anime degli uomini, alate nei sogni,
si radunino in ore segrete.
Nel sonno, Eros conduce con mano amorevole
ai pergolati all’ombra del mirto,
dalle acque il marinaio alla sua patria,
ai pastori della notte i perduti.
Non è facile, almeno così è stato per me, trovare citato il leccio nelle poesie; la cosa, naturalmente, non vale per Pascoli. Una per tutte: ‘Campane a sera’ (Myricae, 1891), stessa ambientazione de ‘La mia sera’ (Canti di Castelvecchio, 1900), che personalmente amo di più per la dolce musicalità (forse dovuta ai versi di nove e sei sillabe, contro gli endecasillabi e i quinari dell’altra), ma non compaiono elci… Il termine ‘uguali’ vale ‘della stessa età’; lazzi cornioli si riferisce ai frutti aspri; avellane è, ovviamente, Coryus avellana; infine ‘opaco d’elci’ indica che la catena montuosa da quelle parti è scura per boschi di lecci, mentre ‘nella solitaria ombra dell’elci’ credo voglia dire: ‘sotto le piante non c’è più alcuno’.
Odi, sorella, come note al core
quelle nel vespro tinnule campane
empiono l’aria quasi di sonore
grida lontane?
A quel tumulto aereo risponde
dal cuore un fioco scampanìo, sì lieve,
come stormeggi, dietro macchie fonde,
candida pieve.
Forse una pieve ne’ cilestri monti
la sagra annunzia ad ogni casolare,
onde si fece a’ placidi tramonti
lungo parlare;
ed or, sospeso il ticchettìo dell’ago,
guardano donne verso la marina,
seguendo un fiocco di bambagia, vago,
che vi s’ostina.
Grandi occhi, sotto grandi archi di ciglia,
guardano il cielo, empiendosi di raggi,
là dove l’aria allumina vermiglia
boschi di faggi.
Voci soavi, voi tinnite a festa
da così strana e cupa lontananza,
che là si trova il desiderio, e resta
qua la speranza.
Io mi rivedo in un branchetto arguto
di biondi eguali su per l’Appennino
opaco d’elci: o snelle, vi saluto,
torri d’Urbino!
Vi riconosco, o due sottili torri,
vi riconosco, o memori Cesane
folte di lazzi cornïoli i borri
e d’avellane.
Vaga lo stuolo delle rosee bocche
pe’ clivi, e sparge nella via maestra
messe di fiordalisi e l’auree ciocche
della ginestra.
Nella via bianca il novo drappo svaria
coi rosolacci e le sottili felci;
e par che attenda, nella solitaria
ombra dell’elci;
pare che attenda nella via tranquilla,
sotto quest’ampio palpito sonoro,
uno dai neri monti su cui brilla
porpora e oro.
Elci a Padova e altrove




Lo stemma della città di Lecce


(*) Su Calvino botanico vi invito a leggere l’articolo di Angela Borghesi, che tanto conosce di piante e letteratura.