
La definizione di specie è un problema formidabile che ha impegnato i botanici sin dai primordi della disciplina e continua ad impegnarli anche oggi, nel post cercheremo di costruire una definizione che soddisfi sia criteri logico linguistici sia esigenze di conoscenza del mondo che ci circonda. Per farlo ci ispireremo al modo di procedere della fisica nel definire grandezze e concetti.
Primariamente però dovremo sgomberare il campo da un tipo di definizione di cui si è ampiamente abusato e si continua tuttora a eccedere. Parlo del genere di definizione che principia così: Una specie di pianta è il gruppo di piante che… Come abbiamo fatto notare in un post precedente, si capisce che una simile definizione non ha molto senso, poiché per mostrare a qualcuno ad esempio la specie Acer platanoides dovrei raccogliere assieme tutti gli aceri ricci del creato; o forse potrei solo etichettarli ma le difficoltà pratiche non sarebbero comunque superabili (non basterebbero i post-it). Aggiungiamo qui che le piante hanno il brutto vizio di morire e nascere continuamente e ciò complica alquanto la possibilità di esibire l’insieme in questione.

Convinti che bisogna rinunciare a definizioni estensive (quelle che individuano un insieme con l’elenco dei suoi elementi), restringiamo il campo alle definizioni intensive, quelle cioè che cercano di caratterizzare e spiegare il concetto da definire. Citeremo solo le due che ci sembrano le più importanti e maggiormente condivise, ma quello che diremo varrà anche per tutte le altre definizioni di questo tipo.
Definizione che si rifà al concetto di Specie Biologica, cioè la capacità che hanno gli individui dello stesso gruppo di accoppiarsi fra loro e generare individui fertili, e che sono produttivamente isolati da altri gruppi.
Definizione che si rifà al concetto di Specie Filogenetica, ovvero il più piccolo gruppo di organismi che discende da un antenato comune e che può essere distinto da altri gruppi in base a caratteri ereditari (come sequenze di DNA o tratti morfologici unici).

Le due definizioni sollevano problemi di applicabilità, ma non li affronteremo, poiché interessati alle sole difficoltà di carattere logico e epistemologico. Mi spiego: entrambe le definizioni si rifanno a teorie ben definite la prima ai meccanismi riproduttivi, la seconda alla teoria dell’evoluzione, e ciò solleva due difficoltà, una di carattere storico e di filosofia della conoscenza, l’altra di carattere logico. Non è prudente adoperare una teoria per ritagliarsi una definizione, poiché le teorie sono provvisorie e cambiano nel tempo, e ciò costringerebbe a cambiare le definizioni ogni volta che cambia la teoria(*). Quanto alla seconda difficoltà il rischio è che in qualche momento del processo conoscitivo si instauri un circolo vizioso, ad esempio utilizzando all’interno di una inferenza nella teoria la definizione di specie che si era costruita rifacendosi alla teoria stessa.
Una possibile soluzione è la definizione operativa dei concetti e delle grandezze introdotta da Bridgman(+). Cercherò di spiegarmi con un esempio preso dalla fisica. La temperatura è definita come una grandezza fisica che si misura con il termometro. Se si dice invece che la temperatura è legata all’energia cinetica delle particelle, oppure che è la densità di calorico libero di un corpo, non si dà una buona definizione poiché nel primo caso si fa riferimento alla Teoria cinetica e nel secondo alla Teoria del calorico. A proposito di teorie provvisorie, ricordo che atomi e molecole non sono affatto particelle assimilabili e biglie perfettamente elastiche come pretende la teoria cinetica, ma sono descritti in termini di funzione d’onda dalla Meccanica Quantistica, una teoria scientifica che da tempo ha sostituito la Teoria cinetica, che a sua volta aveva falsificato la Teoria del calorico.

Una definizione operativa di specie potrebbe articolarsi in tre mosse, tutte controllabili e riproducibili:
1. dare un nome alla specie in notazione binomia;
2. dare un campione tipo conservato in un certo museo come essiccato o in altra forma;
3. dare la descrizione enunciata per la prima volta (protologo) dal botanico che ha imposto il nome.



Il protologo di Hedera Helix, Species Plantarum, Stoccolma, 1753, pagina 202. La breve descrizione ricorda le foglie ovate e lobate. Segue una serie di riferimenti bibliografici, pubblicazioni dell’autore e opere di autori diversi. Tra i nomi precedenti colpisce un ‘edera poetica’ (data però come una varietà – lettera beta). L’ultimo riferimento segnala la propensione ad arrampicarsi su alberi e siepi, oltre alla distribuzione geografica e la durata della vita.
Il vantaggio è che la definizione è svincolata dalla teoria. Ma è indubbio che lasciata da sola questa definizione produce un senso di vuoto e smarrimento, dopotutto sono le teorie scientifiche che ci parlano del mondo che ci circonda, ovvero forniscono una immagine del mondo, e svincolare un concetto dalla teoria significa rinunciare a una comprensione profonda. Tuttavia è possibile recuperare le definizioni precedenti intendendole come interpretazioni del concetto di specie all’interno delle diverse teorie. Dunque da una parte c’è una procedura che definisce la specie facendo a meno delle teorie, e dall’altra le diverse spiegazione del concetto di specie all’interno delle singole teorie che colgono il senso, o meglio i sensi profondi del concetto. Ad esempio, nel caso della definizione di specie biologica, l’interfecondità non è più la definizione di specie ma una proprietà riguardante le specie scoperta nella teoria (insomma, un teorema della teoria).
In un post già citato ci eravamo lasciati ripromettendoci di dare una adeguata definizione di Genere. Dal punto di vista introdotto la definizione operativa di genere suonerebbe così:
1. dare un nome al genere;
2. dare, per ogni singola specie, il campione tipo conservato in un certo museo come essiccato o in altra forma, ottenendo una collezione di campioni tipo;
3. dare la descrizione enunciata per la prima volta (protologo) dal botanico che ha imposto il nome al genere.
Vorrei concludere con un esempio tratto ancora dalla fisica (a quanto pare il terreno di elezione del Cacciatore di Alberi). È triste, o, a seconda della stato d’animo, irritante, dover leggere le definizioni di calore che circolano in lavori di divulgazione scientifica o in rete. Espressioni del tipo: ‘Forma di energia interna dovuta al moto disordinato e rapidissimo delle molecole di un corpo’, rappresentano un mirabile esempio di come si possano mescolare interpretazioni diverse: l’energia interna, una grandezza della Termodinamica, e il moto delle particelle che invece richiama la Teoria cinetica. Eppure basterebbe possedere la nozione di definizione operativa di calore come la grandezza fisica che si misura col calorimetro e riconoscerne l’interpretazione che ne dà la Teoria del calorico o la Termodinamica o la Teoria cinetica o la Meccanica statistica, per riconciliarsi con questo concetto.
Quando Lavoisier (contemporaneo e amico di de Jussieu e Labilliardére) lavorava coi suoi calorimetri, ipotizzava i corpi permeati di una sostanza, il calorico. Era questa immagine della realtà che lo stimolava nelle ricerche e gli suggeriva i modi e le maniere di interrogare la Natura, ma, alla fine di tutto, era il suo strumento di misura che gli permetteva di leggere le risposte che la Natura gli restituiva.
(*) Un problema analogo lo abbiamo affrontato a proposito delle definizione di Carpello.
(+) In questo PDF (pag. 50) potrete trovare una formulazione molto simile a quella qui proposta e che mi ha incoraggiato a scrivere il post.