
Nel novembre del 2014 ho ricevuto un messaggio di posta che mi segnalava un Concorso letterario bandito dal Rotary Club di Modena suggerendomi di partecipare a una delle sezioni: ‘Saggi e altri elaborati di genere non fiction dedicati agli alberi’. Partecipare a un concorso è una cosa che non avrei mai fatto, se non avessi ricevuto l’invito, così un po’ per cortesia un po’ per curiosità (mettermi alla prova in un articolo che non fosse organizzato seguendo le immagini come nei post) ho accettato, ritenendo che, dopotutto, un premi l’avevo già vinto per il solo fatto che il blog era stato notato. Di scrivere un articolo tecnico non se ne parlava, mi sarebbe invece piaciuto, e divertito, ispirarmi alla tipologia dei post della sezione ‘Sentieri e percorsi‘; avrei scelto un itinerario cittadino dove oltre a descrivere gli alberi incontrati avrei parlato delle suggestioni suscitate dalla loro vista. Doveva essere un invito al lettore a guardarsi intorno camminando nella propria città. Così non solo ho partecipato ma ho anche vinto (un premio in denaro e l’onore di vedere il saggio pubblicato), inutile commentare la grande soddisfazione per l’accaduto. In questo post (ricevuta l’autorizzazione da editore e organizzatori del Concorso) riporto l’articolo integralmente. Non ho voluto però rinunciare ad aggiungere qualche foto, un po’ per alleggerire lo scritto un po’ per il piacere della vista. (Nella foto, cerimonia della premiazione, 13 aprile 2025; l’autore non ha potuto essere presente e ha dovuto mandare un suo rappresentante)
Itinerari arborei – Percorsi botanici e artistico letterari nella città di Padova
In questo breve scritto vi invito a una camminata per le vie di Padova, in un itinerario un po’ speciale perché punteggiato sì da strade e piazze, ma soprattutto dagli alberi che le abitano. Sarà il loro incontro che ci stimolerà a meglio conoscere il modo in cui noi esseri umani abbiamo rappresentato queste straordinarie creature nelle scienze e non solo. Accanto all’itinerario materiale ci avventureremo infatti in una peregrinazione della mente attraverso paralleli percorsi in quadri, romanzi e poesie, brani musicali; è questo il senso del plurale usato nel titolo. Necessità di spazio ci costringeranno a rare e sparse suggestioni.

Facciata della Chiesa degli Eremitani. A sinistra Taxus baccata
Partiremo da Piazza Eremitani luogo dominato dalla omonima chiesa alla cui facciata a capanna fanno corona le chiome di un giovane (relativamente ai tempi degli alberi) cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara) e un molto più anziano tasso (Taxus baccata). Sul lato sud monumentali platani (Platanus x acerifolia) ombreggiano la parete della chiesa gremita di cappelle, ultima quella degli Ovetari, menomata nel suo Mantegna da un bombardamento alleato del ’44, cui invece è miracolosamente scampato un cipresso (Cupressus sempervirens) in quel luogo dal 18031.

L’abside col Cipresso del Canova
I binomi tra parentesi, come forse noto, sono i nomi scientifici di quegli alberi, convenzione affermatasi dopo la pubblicazione a Stoccolma (1753) del celeberrimo Species Plantarum di Linneo. Il primo termine indica il genere e il secondo la specie. È interessante e istruttivo soffermarsi ancora un po’ sui nomi latini. Il nome di specie è un aggettivo che si accorda con il caso e il sesso del nome di genere2. Questo aggettivo può indicare un luogo, come australis che sta per meridionale, domestico che vale vicino (ma si usa anche nostrale, vulgare), americana, libani, ma può riferirsi anche a un habitat, campestre, sylvicola. Oppure un colore, quale candidum, purpureo, nigra, viridis, che grazie al cielo non han bisogno di traduzione. Oppure può indicare una proprietà fisica: glutinosa che vale appiccicoso, lucidum, glabra, tomentosa, spinosa; o anche una postura: pendula, horizontalis. Poi, naturalmente, ci sono quelli legati a caratteri botanici (come se la disciplina riflettesse su se stessa): trifoliata, monogyna (un solo ovario), latifolia, grandiflora, tuberosus. C’è anche la bella abitudine di dedicare il nome a uomini e donne. A Carl Peter Thunberg (botanico allievo di Linneo nonché indomito esploratore3) è dedicato per esempio uno dei tanti crespini (Berberis thunbergii), e egli stesso ne dedicò alla moglie Giuliana un altro (B. julianae). Le tipologie sono ancora molte, ma non posso finire senza citare il caso imbarazzante degli auto riferimenti, esistono ad esempio il Carpinus betulus (carpino bianco) e la Zelkova carpinifolia (olmo del Caucaso); ci sono, però, casi ancora peggiori: l’acero riccio ha nome Acer platanoides e l’acero di monte Acer pseudoplatanus, mentre il platano comune è Platanus x acerifolia, con un loop verbale che fa rabbrividire.
Per quanto difficili siano, imparare i nomi degli alberi è formativo e edificante. Questa pratica costringe infatti all’attenzione poiché richiede uno sforzo per individuare le caratteristiche dell’esemplare in esame onde riconoscerne la specie. Se non si conosce il nome di una cosa, è come non esistesse, semplicemente scompare. E invisibili sembrano essere gli alberi per molte persone, esiste addirittura un nome per questo comportamento: cecità alle piante4 (plant blindness).

Fiori, foglie e rametti di Rosa canina
Contestualmente all’apprendimento dei nomi si affinano le abilità di identificazione delle specie; dapprima lentamente e a fatica, poi più speditamente coll’instaurarsi di un circolo virtuoso tra esperienze passate e nuove scoperte. Poiché la conoscenza suggerisce dove guardare e cosa cercare, foglie, fiori, chiome, cortecce, frutti diventano oggetti privilegiati di intensa osservazione e terreno di infiniti confronti essendo le varietà proposte dalla Natura, ovvero le soluzioni da essa adottate, inesauribili. È allora che i luoghi che attraversiamo si trasformano. Quando riconosciamo un albero esso sembra colorarsi più intensamente, diventare più nitido e perfino sorriderci. E ci sembra di camminare fra persone note, fra amici che ci accompagnano benigni con i loro sguardi fino al prossimo isolato o alla curva successiva.

La vecchia Sofora di Piazza Capitaniato
Proseguiamo. Tappa successiva Piazza Capitaniato con le sue sofore giapponesi ottocentesche piantate in onore dell’unificazione d’Italia5. Una in particolare voglio ricordare, la Vecchia sofora dal tronco scavato. Vita tormentata e tuttora afflitta da ruote e paraurti di macchine in sosta; in attesa da troppi anni di giusta sistemazione. Quando le passo vicino e la osservo in tutta la sua monumentalità penso a certi dipinti ottocenteschi veri e propri ritratti di alberi, come quello della catalpa che campeggia in un quadro di Corot (Le Catalpa, souvenirs de Ville d’Avray, 1869, Musèe d’Orsay)6, oppure le farnie (Quercus robur) che Theodore Rousseau ritraeva solitarie, e in primissimo piano, nella vasta foresta di Fontainebleau7. E cosa dire di Coubert o dell’inglese Constable? Ad essi guardavano gli impressionisti nel dipingere i capolavori dedicati a cipressi, ulivi, salici, aggirandosi frenetici e ammirati negli stessi luoghi che frequentavano i primi. Certo nei secoli precedenti l’albero non era mai protagonista, sempre usato in funzione simbolica o decorativa. Anche se non mancano opere in cui ha un certo rilievo, ottimo esempio La predica agli uccelli di Giotto della Basilica superiore di Assisi (1292-95), dove il Santo condivide la scena con una quercia la cui chioma è dipinta foglia per foglia tanto da poterla identificare come rovere (Quercus petrea)8.
Risalendo per le Piazze, lasciamo sulla sinistra il Palazzo della Ragione nei cui affreschi di ispirazione trecentesca (un planetario medievale) i motivi vegetali non mancano, qui prevale ancora il significato simbolico legato alle attività umane scandite da pianeti e segni zodiacali. Imboccando Via San Francesco passiamo velocemente per Piazza Antenore, sede della millantata tomba dell’eroe troiano, dove, per una volta, gli alberi, due bellissimi cedri dell’Atlante (Cedrus atlantica) dai tenui colori verdazzurri, rubano la scena alle architetture. Presto si giunge al Santo.

I cedri dell’Atlante di Piazza Antenore
Da qui, al cospetto della grande e venerabile magnolia (Magnolia grandiflora) dell’omonimo chiostro, comincia un nuovo itinerario ideale per i sentieri della letteratura poiché alla grandiflora fiorita dedica una poetica pagina Hesse, in un libro tutto dedicato agli alberi (Il canto degli alberi); e pure un libro di alberi (opera che amo perdutamente) è Arboreto salvatico di Rigoni Stern. Commoventi gli alberi del Pascoli, frutto non solo di grande sensibilità, com’è ovvio, ma anche di ottima conoscenza scientifica. Infine, ma solo perché devo pur concludere, il Tolkien del perfido salice, che solo Tom Bombadil era in grado di domare, o del vecchissimo Barbalbero, che tutte le ere aveva attraversato, o… ma basta così.

La Magnolia del Santo
Il nostro itinerario materiale si conclude al vicino Orto Botanico, opera architettonica di grande pregio artistico e storico, con l’ultimo dei promessi itinerari ideali, quello dedicato alla musica che prende spunto dall’anziano platano (Platanus orientalis) del 16809.

Platanus orientalis, il simbolo dell’Orto.
Ombra mai fu esordisce Händel nel Serse, informandoci che è possibile innamorarsi di un albero. Ci sono poi le antiche querce (di certo lecci, o elci come li chiamava il Calvino de Il barone rampante) della sacra selva della Norma belliniana. Ma tutti li sovrasta Wagner nel consacrare il frassino all’Anello del Nibelungo. Nel tronco di un Frassino, collocato al centro della dimora di Hunding, era infissa la spada estratta da Siegmund; con carbone di frassino Sigfrido riforgiò quella spada dopo che Wotan l’ebbe spezzata; da un ramo del Frassino del Mondo lo stesso Wotan aveva fabbricato la sua lancia, e quando infine il santo Frassino inaridì, presagio inequivocabile del crepuscolo degli Dei, ancora Wotan, ne accatastò il legno per ardere il Walhalla. Delle diverse specie certo doveva trattarsi del Fraxinus excelsior: troppo meridionale l’areale dell’angustifolia, troppo frivola la fioritura dell’orniello.

Bibliografia essenziale per peregrinazioni arboree
W. T. Stearn, Botanical latin, Hardback edition, 2004
O. Polunin, Guida agli alberi e arbusti d’Europa, Zanichelli, Bologna, 1977
M. Petazzini, La poesia degli alberi, Luca Sossella Editore, Roma, 2020
Z. Mezinski, L’albero nella pittura, Einaudi, Torino, 2022
1M. Armelin, Il Cipresso del Canova, Armelin Musica, 2024, p. 48
2Qui e nel seguito cfr. W. T. Stearn, Botanical latin, Hardback edition, 2004
3https://www.inomidellepiante.org/storie/thunberg-olandese-per-amore-della-scienza
4Cfr. ad esempio la voce di Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Cecit%C3%A0_alle_piante
5Cfr. https://www.comune.padova.it/piano-del-verde-comunale/2_ALL-01%20_InfrastrutturaVerde.pdf, p. 33
6https://unalberoalgiorno.blog/2023/01/27/camille-corot-e-la-catalpa/
7Z. Mezinski, L’albero nella pittura, Einaudi, Torino, 2022, p. 161
8https://unalberoalgiorno.blog/2024/03/26/giotto-e-la-quercia/
9E.M. Cappelletti, G. Cassina, L’Orto dei Semplici, Stampa a cura del Comune di Padova, 1980 (?), p. 14