Ligustrum vulgare – Ligustro comune

portamento; foglia; fiore; frutto; corteccia; seme; foliage; fenologia; areale di origine; sistematica; etimologia; dove trovarli

Oleaceae
Ligustrum vulgare L.
Nome dato da Linneo nel celeberrimo Species Plantarum, Stoccolma, 1753.

La pagina 7. Linneo fa riferimento al volume Pinax Theatri Botanici di Caspar Bauhin che gli aveva dato nome Ligustrum germanicum – una cosa per addetti ai lavori. Ma a noi piacerebbe avere qualcosa di più intelligibile, così vi rimando alla versione di Species Plantarum del 1797 curata da Carl L. Willdenow.


Fenologia minima
Areale di origine (native range). Areale alquanto esteso sia in latitudine sia in longitudine.

Grazioso arbusto dagli esili rami che salgono lesti in tutte le direzioni formando una chioma allargata. Se lasciato crescere emette lunghi rami flessibili un tempo usati per ‘ligare’ (ligo, -as) ogni sorta di oggetto. Oggi è completamente soppiantato dai cugini asiatici che lo sovrastano, alcuni per fioritura, altri per fogliame. A Padova, dopo che quello dell’Orto è morto, ho trovato un unico esemplare in un giardino tra Via Pelosa e Via Tartaglia a Chiesanuova.

Il piccolo ligustro dell’Orto, fatto crescere ad alberello. Nella foto in novembre. La specie è a foglia caduca, ma si può comportare da sempreverde, se in condizioni favorevoli.
L’esemplare di Chiesanuova, anche lui pesantemente potato. La foto mostra bene i lunghi rami assurgenti.
Monte Venda (Colli Euganei), sentiero Lorenzoni (segnavia 14). La chioma più che tendere verso l’alto ama allargarsi, occupando sempre più posizioni nel sottobosco.
Un luogo dove se ne possono trovare più d’uno è la Pineta degli Alberoni al Lido di Venezia. L’esemplare nella foto è alquanto sviluppato, facile da trovare poiché vive lungo il sentiero mediano e d’inverno non perde le foglie. Nella Pineta di Classe ne abbiamo trovati alcuni esemplari quando abbiamo parlato di un quadro di Botticelli.
È specie della macchia mediterranea. Nella foto la strada tra Erchie e Maiori – Costiera amalfitana. In primo piano la pallida dolomia dei Monti Lattari.
Foglia allungata con base e apice acuti. Un carattere peculiare è un avvallamento presente lungo tutta la linea mediana. Nella foto il fenomeno è bene evidenziato dalla luce incidente dall’alto: metà foglia è in ombra e l’altra metà riflette la luce radente.
Spesso, troppo spesso, l’apice non è così acuto, potendo invece essere alquanto smussato. Ciò può creare seri problemi in fase di identificazione.
A volte, addirittura, si possono incontrare foglie spiccatamente ovate o ovali, e ciò complica tremendamente le cose. Molte fonti sostengono che le foglie arrotondate siano situate alla base dei rami; personalmente le ho trovate distribuite uniformemente sui rami più bassi o su quelli interni alla chioma.
Nella foto un bell’esempio, da manuale, di foglia. Ma si ricordi che non sempre è così.
La cosa è particolarmente insidiosa perché le foglie più arrotondate (e dal vertice smussato) differiscono poco da quelle del cugino sinense.
E anche i colori delle due pagine non sono molto differenti. Può aiutare la consistenza della foglia poiché quella del vulgare risulta al tatto più coriacea e corposa, ma anche quella del sinense (inizialmente duttile e sottile) si indurisce e inspessisce a cominciare dalla tarda estate.
Infiorescenze in pannocchie disposte in cima ai rami. Sono piccolette e con fiori piuttosto radi.
Fioretti bianchi su brevi peduncoli verde chiaro.
Due antere gialle sporgono dalla corolla
Calice con sepali saldati che finiscono in quattro lobi. Il colore è verde chiaro. Corolla con quattro petali, ma meglio sarebbe dire lobi poiché i petali sono saldati in basso a formare un tubicino lungo quanto i lobi. Del pistillo si intravvede solo lo stigma che raggiunge appena la gola.
I filamenti degli stami sono attaccati alla parete interna del tubo corollino
Corto stilo e stigma bifido. Nella foto si distinguono bene i lobi appena accennati, in un acuto triangolino, del calice.
Ovario supero con due ovuli. Le sue dimensioni sono veramente minuscole. Ho faticato a sezionarlo, tanto che l’operazione è riuscita malamente.
Il singolo fiore è piccolissimo, appena mezzo centimetro; dimensioni minori di ogni altra specie sorella.
A confronto il ligustro cinese (a destra nella foto) sembra gigantesco. Ma tutti i ligustri han fiori piccoli ed è difficile riconoscerli affidandosi alle sole dimensioni.
Il frutto è una bacca (anche se verrebbe da dire drupa) di piccole dimensioni che matura in ottobre. Gli uccelli ne vanno ghiotti.
Foto in luglio. Il verde segnala, di solito, frutti acerbi; almeno questo pare intendano i pennuti.
Due semi in due loculi separati
Un caso di frutto a seme unico, in alto si distingue il loculo vuoto. La foto ci aiuta a capire che si tratta di bacca: i semi sono dispersi nella polpa ognuno in un suo alloggiamento. Al centro l’embrione, anch’esso sezionato; lascio a voi individuare radichetta e cotiledoni.
Corteccia grigia. Si fessura in placche che tendono a sollevarsi mostrando tessuti sottostanti rossastri.
Inizialmente è però liscia, e tale resta per lungo tempo.

Le pagine 41 e 42 del primo tomo dell’edizione berlinese del 1797 di Species Plantarum curata da Willdenow dove costui ci dice, citando se stesso, che ha ‘foglie lanceolate leggermente acute’ e ‘pannocchia compressa’. Mentre Thunberg (Flora Japonica) sosteneva che ha ‘foglie ovate a vertice ottuso’ e ‘pannocchia che si divide in modo semplice in tre’. E infine Miller (il giardiniere di Chelsea acerrimo nemico di Linneo) lo chiamava italicum e riteneva avesse ‘foglie lanceolate con vertice acuto’. Non tutte informazioni coerenti, come si vede. Ma sul fatto che sia una bacca a due loculi non ci sono dubbi.

Forse è il caso di dire qualcosa sulla storia della tricotomia:

Una figura vale più di cento parole. Almeno si spera…
Con una foto è sempre più complicato che con un disegno.

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