Theobroma cacao L. nome imposto da Linneo nel celeberrimo Species Plantarum, Stoccolma, 1753
Pagina 782, unico riferimento al bordo fogliare che è detto intero. Seguono altri nomi precedenti molti centrati sul termine cacao. La pianta è collocata nella Classe 18. in Polyadelphia Pentandria (cinque stami fusi in tre o più strutture).
Per avere qualche altra informazione, rispetto al troppo succinto Species Plantarum, conviene rivolgersi al precedente Genera Plantarum, Leida, 1737
Pagina 351. Calice composto da cinque foglioline, ovato-lanceolate; cinque petali (dalla forma complessa, ma ne parleremo tra poco); nettario a forma di campana, eretto-aperto, più piccolo dei petali; stami a forma di lesina; ovario quasi ovato, stigma semplice; molti semi, carnosi, quasi ovati.
Etimo Theobroma è parola composta: Theos vale Dio e broma sta per cibo (tutto dal greco): Linneo, e con lui molti nel Settecento, erano semplicemente stregati dal cioccolato. Cacao è termine derivato da kakaw, il nome indigeno della pianta, mentre xocolatl indicava la bevanda che si otteneva dai semi.
Fenologia minima. I diversi periodi sono ricavati dal comportamento dell’esemplare della serra patavina. In cattività i giardinieri raccolgono i frutti appena maturano, in natura le cabosse restano a lungo sulla pianta.Areale di origine (Native range). Bacino dell’Orinoco e del Rio delle Amazzoni, America meridionale.
Albero esotico, dalla difficile coltivazione alle nostre latitudini, che si può incontrare solo in collezioni botaniche. Non molto grande, chioma espansa e ariosa (nonostante le foglie grandi ci sono ampi varchi tra le branche), sempreverde.
L’esemplare dell’Orto, vive nelle nuove serre (Giardino della biodiversità). Sembra stare benone a giudicare dai numerosi frutti.Kew, Palm House. Si direbbe una meta foto: occhio allo schermo del cellulare.Foglia allungata, coriacea, verde intensoVenature chiare e pennate, base e vertice acuti, bordo intero.Sotto molto più chiara. Controluce si riconoscono le venature terziarie (scalariformi). Il picciolo ha ingrossamenti agli estremi (pulvini) che aiutano la foglia a orientarsi alla luce. Il modo in cui lo fanno è affascinante, sono una sorta di macchine idrauliche che fanno variare la quantità di acqua nelle cellule (turgore). Nella foto si distinguono addirittura le pieghe, come in un soffietto.
I fiori nascono direttamente dal tronco (caulifloria, dal latino caule che vale fusto e floria fiore)o dai rami più vecchi solitari o a mazzolini; ricordate? anche il cercis faceva così.
Il fiore è di rara bellezza e complessità, sembra creato da uno stuccatore barocco, non solo per le forme bizzarre ma anche per i colori traslucidi, diafani. Cinque sepali di consistenza carnosa, colore crema, forma allungata e appuntiti in cimaLievemente saldati alla base. Superficie granulosa e sberluccicante.
Liberata dal calice, la corolla appare in tutta la sua singolarità: cinque petali quadripartiti: breve e stretta unghia, petalo a coppa (a elmo dice il buon Linneo) diafano a striature cremisi, restringimento (istmo) bianco traslucido, appendice a mo’ di bandierina gialla.
Eccolo nella sua interezza e nudità. La parte a coppa ospita gli stami che sono cinque e rivolti verso l’esterno quasi a cercare rifugio in queste strane conformazioni.Singolo stame. Filamento appiattito (a forma di lesina lo dice Linneo), bianco diafano. Antera con teche ampiamente separate e sacche polliniche quasi distinte.
Ho tolto tutti i petali per poter mostrare il comportamento degli stami. Anche uno degli stami è stato asportato, se ne vede la cicatrice tra le due strutture rosso violacee. Le quali strutture sono staminodi. Nella foto si riconosce anche la saldatura di stami e staminodi che forma una sorta di coppa a continuazione del ricettacolo (la struttura è detta ‘nettario’ da Linneo). Dall’apertura lasciata dallo stame staccato si intravvede parte del pistillo.
La descrizione della configurazione di stami e staminodi denuncia la natura monadelfa del fiore. Una fallacia del Professore di Uppsala lo voleva poliadelfo, il che sta a ricordarci come l’errore sia sempre in agguato; per tutti.
L’erbario di Linneo (presso la Linnean Society) ha un essiccata con le sole foglie, ma c’è una preziosa pagina con disegni di particolari del fiore. Da sinistra in alto: petalo e ‘nettario’, gli stami hanno le antere rivolte all’esterno; pistillo e sua sezione che mostra cinque logge, stigma pentapartito; il modo in cui stami fertili a sterili si combinano tra loro (si riconosce lo stilo mosso a modo di lesena). In basso il calice. In alto Linneo scrive, dopo il nome delle specie: ‘lente d’ingrandimento’: la usava anche lui.
Il fiore è impollinato da un insetto particolare che non è presente in orto, così l’operazione deve essere fatta a mano: in figura il dito pronubo del giardiniere (particolare da un cartello esplicativo).Pistillo (costolature sulla superficie dell’ovario), e stame sterileCinque stigmi appuntitiSezione longitudinale dell’ovario, catene di ovuli attaccati ad una colonna centrale (placentazione ascellare)Sezione trasversale, cinque logge e convessità delle costolature. Diagramma fiorale. Rigida simmetria quinaria: sepali, petali, stami, staminodi, carpelli (compresi stigmi e loculi) rigorosamente in numero di cinque.I fiori sono tantissimi ma solo pochi portano a un frutto maturo e sano. Lo spettacolo è comunque assicurato. Bacche aranciate (cabosse), pesanti, allungate, con vistose costolature; robusto peduncolo (ma questo è ovvio).Dentro numerosi semi immersi in polpa viscida, ma apprezzata. Non è facile procurarsi un frutto aperto, in questa foto, da Wikipedia – Keith Weller, si riconoscono le logge gremite dalla polpa con dentro i semi. Al centro la placenta.Corteccia percorsa da stretti e brevi solchi longitudinali, le creste sono piatte e ruvide. Colore marrone, a meno di muschi variopinti. Giovani rami colla pelle ruvida e marrone rossastra.Quando l’albero non è in fiore, la corteccia appare disseminata di protuberanze granulose e scure (marrone violaceo), sono le regioni dalle quale spuntano i fiori. Sotto cellule meristematiche pronte a trasformarsi nei mattoni che comporranno i fiori (insomma, la Fabbrica di Cioccolato), sopra sughero e vari minerali protettivi che sberluccicano alla luce del flash. La vetrina di uno storico negozio di spezie all’incrocio tra Prato della Valle e Via Belludi; un omaggio al culto del cioccolato. Nel piattino fave di cioccolato, ovvero semi – ma con l’embrione morto da un pezzo.